Nel carcinoma del pene la chirurgia ha a lungo significato amputazione. Le acquisizioni di fisiopatologia e di anatomia chirurgica degli ultimi decenni hanno permesso di cambiare impostazione: tecniche di conservazione della funzione coitale che mantengono la stessa radicalità oncologica delle procedure demolitive, a parità di stadio.
Da dove nasce la tecnica
Il passaggio è stato reso possibile dalla pratica trentennale nella chirurgia dell’induratio penis plastica. Le tecniche sviluppate per quella malattia si basano sulla deconnessione anatomica fra glande e corpi cavernosi — la cosiddetta cavernous-glans disassembly, oggi utilizzata anche in Europa — e quel piano di clivaggio è lo stesso che consente di asportare in toto il glande colpito dal tumore lasciando integri i corpi cavernosi. La procedura è stata denominata glandulectomia nerve sparing.
Che cosa si conserva
Conservare i corpi cavernosi significa conservare il meccanismo dell’erezione e quindi la possibilità di un rapporto. Le tecniche successive di glanduloplastica con innesti di mucosa buccale permettono poi un recupero estetico accettabile, restituendo al moncone una superficie di rivestimento simile per colore e consistenza a quella originaria. La mucosa buccale è lo stesso tessuto impiegato nella ricostruzione uretrale: attecchisce bene su letti vascolarizzati e tollera l’ambiente umido.
Quando è indicata
La conservazione è possibile quando la malattia è limitata al glande e non infiltra i corpi cavernosi: lo stabiliscono esame obiettivo, imaging e, soprattutto, l’esame istologico sui margini. La valutazione dei linfonodi inguinali procede in parallelo e segue regole proprie, perché nel carcinoma del pene la prognosi dipende dallo stato linfonodale più che dalle dimensioni della lesione primitiva. Quando l’infiltrazione cavernosa è presente, la demolizione resta la scelta corretta: proporre una conservazione in quel contesto significa accettare un margine positivo. Il percorso completo è descritto in terapia del tumore del pene.
Il tempo conta più della tecnica
La maggior parte dei casi che arrivano già infiltranti è passata attraverso mesi di automedicazione di una lesione del glande interpretata come infiammatoria. Una lesione che non guarisce entro poche settimane va biopsiata, non ricontrollata: i segnali da riconoscere sono elencati in diagnosi precoce del tumore del pene. È la variabile che decide se la conservazione sarà tecnicamente possibile.
Dopo l’intervento
Il follow-up prevede controlli clinici ravvicinati nei primi due anni, quando si concentra la maggior parte delle recidive locali e linfonodali, con palpazione inguinale sistematica e imaging secondo stadio. Sul piano funzionale, la ripresa dell’attività sessuale si valuta a guarigione completa dell’innesto. Nei casi di amputazione già eseguita restano praticabili le opzioni di ricostruzione descritte in falloplastica di allungamento e ingrandimento, con impianto protesico e glanduloplastica.
Riferimenti esterni
- EAU Guidelines on Penile Cancer — chirurgia conservativa e criteri oncologici oggi raccomandati